Intervista ad Antonio Volpon, Web Project Manager

2 chiacchere con Antonio Volpon: project manager per una società di servizi web.
Autore di molti articoli di usabilità, accessibilità e standard web pubblicati su alcune testate cartacee e online.

Le interviste on line di blographik continuano alla scoperta di talenti e professionisti dell’IT del panorama italiano.

Nell’antemprima dell’intervista ho già parlato della professionalità di Antonio Volpon che mi ha gentilmente concesso un pò del suo tempo per rispondere alle mie domande.

logo di fucina web

Vi invito ad aprire una discussione per approfondire gli argomenti trattati alla quale Antonio parteciperà attivamente.

Gli argomenti principali:

Il profilo professionale di Antonio Volpon;

I suoi pareri sulla blogosfera italiana;

Quali sono le sue fonti ed i consigli su alcuni blog interessanti;

L’importanza dell’accessibilità e dell’usabilità e suggerimenti utili;

La sua definizione di web 2.0;

Le sue collaborazioni a progetti futuri.


Mik (di blographik.it):
01. Puoi parlarmi della tua formazione professionale, quali sono e come sei arrivato ad acquisire le tue competenze?

Antonio Volpon (di fucinaweb.com):
Dopo il diploma universitario e qualche collaborazione ho lavorato per una software house nel bellunese per un paio d’anni: siamo a fine anni ’90.

Un incontro fortuito con un “cacciatore di teste” mi ha procurato un colloquio a Milano in Mondadori, dove il gruppo stava muovendo i primi passi in internet con una società dedicata, l’ora defunta Mondadori.com.

mondadori
Nei sei anni tracorsi in Mondadori ho svolto la necessaria gavetta prima come programmatore e analista web, che mi ha dato modo di imparare i ferri del mestiere e conoscere molti colleghi eccezionali, poi come responsabile tecnico dello sviluppo web, prima a Milano e poi a Verona.

Motivi familiari mi hanno da qualche mese riavvicinato a Belluno, dove adesso vivo e lavoro come project manager per una società specializzata in servizi e soluzioni web: Netech.

netech
Maggiori dettagli e qualche informazione personale sono disponibili sul mio sito.

Mik:
02. Che mansioni svolge un project manager?

Antonio:
Diverse.
Lo scopo principale del project manager nel web dovrebbe essere quello di tenere le redini del progetto web, sapendo coinvolgere quando serve le diverse figure professionali che seguono il progetto.

Il project manager dovrebbe:

incontrare il cliente;
procedere alla stima dei tempi;
verificare che questi siano rispettati e preoccuparsi anche della qualità del prodotto.

Ma non solo:

deve sapere quando e in che modo delegare, per esempio quando non é la persona più indicata per partecipare a una riunione o fornire una stima, anche se di massima.

Inoltre, in una società di medie/piccole dimensioni, non è escluso che lo stesso project manager si “sporchi le mani”, partecipando attivamente allo sviluppo del prodotto.
E’ questo un modo per rimanere aggiornato su un mondo in continua evoluzione e quindi per proporre soluzioni e tempistiche veritiere.

E di queste diverse sfacettature cerco di parlare nei miei articoli, soprattutto negli interventi su Fucinaweb.

Mik:
03. Da quali dei tuoi progetti hai avuto maggiori soddisfazioni professionali?

Antonio:
Devo dire che in ogni progetto che ho seguito c’è qualcosa che ricordo con piacere.
In Mondadori, per esempio, con i colleghi abbiamo nel corso degli anni costruito un framework di sviluppo che ha consentito ai nostri “clienti” in redazione di amministare e personalizzare i siti a livelli fino ad allora impensabili.

Di questo il merito va sicuramente agli ottimi colleghi del mio gruppo e anche ai collaboratori che hanno partecipato ai diversi progetti con idee sempre entusiasmanti.

Sono anche molto contento di riscontri che ho con Fucinaweb, sito ormai online da qualche anno (ne festeggia 5 a Febbraio) e che mi dà modo di confrontarmi e conoscere molti colleghi di cui altrimenti non saprei l”esistenza.
E’ inoltre una comoda palestra per migliorare quel 6+ che al liceo avevo in italiano.

Mik:
04. Qual’è il motivo per cui hai un blog personale e cosa pensi dello sviluppo della blogosfera italiana?

Antonio:
Ce l’ho dal 2002, da quando ancora non era considerato “figo” scrivere i propri pensieri in Html, e lo uso principalmente per appuntare gli eventi, piccoli e grandi, che mi capita di vivere e che riescono ancora a stupirmi, come un messaggio scritto in un post it, un apprezzamento a mia madre, ma anche il primo messaggio di posta che ho ricevuto.

blog.jpg
Non credo a chi scrive un manuale dal titolo “No One Cares What You Had for Lunch: 100 Ideas for Your Blog” (cioè “Non interessa a nessuno cosa hai mangiato a pranzo: 100 idee per il tuo blog”) :

penso che ognuno possa esprimersi liberamente nel proprio sito, senza regole o convenzioni. E non ho un’idea entusiasmante della blogosfera italiana, che passa il tempo a parlare di classifiche e a misurare chi è più influente di un altro (ne ho avuto la riprova al recente BarCamp di Roma). Ma non seguo molto la cosa, perché quasi tutte le mie fonti sono in lingua inglese.
Penso però che la vera blogosfera, per usare un termine “2.0″, stia nella long tail, come dicevo tempo fa sul blog di html.it.

Mik:
05. Come trovi il tempo per gestire e seguire tutti i tuoi progetti, lavori e articoli?

Antonio:
Come te e molti altri che hanno questa passione, immagino, cioè lo faccio di notte e nei fine settimana (adesso sono le 23.30 e vedo che mancano ancora un bel pò di domande per finire, cosa che farò nel weekend :-) ).

La cosa non mi pesa perché mi é sempre piaciuto scrivere e condividere le miei idee con gli altri, e vedo che ne ho un ritorno, diciamo così, di immagine. Dopo un pò di allenamento riesco a scrivere e organizzarmi più velocemente di quanto facessi in passato, e cerco anche di limitare le distrazioni e darmi degli obiettivi facilmente raggiungibili.

Prima delle vacanze di Natale ho cercato di redigere una scaletta di articoli da produrre, e che andranno online su Fucinaweb nel prossimo mese, cercando quindi di scadenziare a tempi regolari gli articoli.

Oltre a questo giro sempre con un blocco note in cui annoto idee, appunti e tutto quello che potrebbe essere lo spunto per un articolo o per un intervento.
Un ringraziamento particolare va anche a chi a casa mi tollera e riesce a volermi comunque bene.

Mik:
06. Nel tuo aggregatore quali sono i blog/forum/siti che segui giornalmente e reputi indispensabili per un web designer/developer?
Puoi consigliarci qualche blog interessante (a parte il tuo ;) )?

Antonio:
Nel mio reader Rss ci sono quasi esclusivamente fonti in lingua inglese.

Quelli di cui non potrei fare a meno sono probabilmente Boxes and Arrows per quanto riguarda l’Information Architecture, il Mestiere di Scrivere di Luisa Carrada per il web writing (e la scrittura professionale in genere) e Guuui per l’Interaction design.
Ma, come dicevo, più che un solo weblog la forza è nell’insieme di interventi che si sfogliano ogni giorno.

Mik:
07. Perchè tanta attenzione ad usabilità e accessibilità?

Antonio:
Perchè sono nato come programmatore, e tutti (a partire da una vignetta che ho trovato nel bel libro Don’t make me think di Steve Krug) sono convinti che i programmatori siano degli smanettoni che pongono la tecnica al di sopra di ogni altra metodologia, mentre non è proprio così.

Quello che mi piace fare, e che cerco di portare avanti anche con i miei interventi su Fucinaweb, è di illustrare come lo sviluppo, il design, l’accessibilità e l’usabilità non siano delle discipline che procedono per compartimenti stagni, ma siano e debbano essere strettamente correlate.

Un giorno mi sono lamentato di come molti considerano gli standard web al di sopra di ogni altra preoccupazione in un articolo (una filippica in realtà) dal titolo “Gli standard web sono inutili da soli“.

Qualcuno ha sorriso, molti hanno condiviso, qualcuno non ha apprezzato per niente.
Qualcun altro, evidentemente sentitosi chiamato in causa, mi ha scritto ribadendo che lui si preoccupa di fare i template secondo standard e modalità accessibili, e che se poi lo sviluppatore li rovina non sono affari suoi. Ecco, questa è proprio la mentalità che vorrei cambiare.

Mik:
08. Quanto ritieni importante che un sito web sia oltre che graficamente d’impatto anche accessibile?

Antonio:
E’ fondamentale, anche se capisco che è già complesso definire con esattezza cosa si intenda per accessibilità web.

L’importante è preoccuparsene e cercare di risolvere quello che il tempo e il budget permettono di fare.
Ma mettere la testa sotto la sabbia senza neanche cercare di capire come il sito possa essere migliorato, o farlo per poi proporlo in una seconda fase lo trovo davvero mortificante.

L’accessibilità molte volte si basa su regole di buon senso che è davvero un peccato ignorare.

Mik:
09. Ad un web designer o sviluppatore che si sta avvicinando alla realizzazione di progetti usabili e accessibili, che consigli daresti?
Quali secondo te dovrebbero essere gli step per raggiungere una competenza di un certo livello?

Antonio:
Quando ho cominciato a interessarmi di usabilità c’era solo il sito di Jakob Nielsen, che oggi molti criticano perché si dice vorrebbe che i link fossero solo blu.

Nielsen è certamente estremista, ma se non altro ha dato il via a una disciplina che forse nessuno avrebbe applicato al web. Per chi vuole iniziare in modo simpatico, come accennavo prima, suggerirei proprio di partire con il libro Don’t make me think di Steve Krug, di cui ho parlato recentemente anche su Fucinaweb.
La bibliografia contiene poi i successivi testi che mi sentirei di consigliare.

useit
E infine è fondamentale una buona dose di curiosità per spingersi al di là del proprio spazio professionale e capire come lavorano gli altri professionisti del web.

Mik:
10. L’accessibilità soffoca la creatività del web designer?

Antonio:
Solo quella dei designer mediocri. Per gli altri si tratta di una sfida da cogliere al volo.

Mik:
11. Puoi segnalarci alcuni dei tuoi lavori (o progetti realizzati in collaborazione con altri) in cui sei riuscito ad ottenere un buon livello di usabilità e accessibilità?

Antonio:
Secondo me alcuni dei siti dei periodici Mondadori possono ritenersi con un buon livello di usabilità e accessibilità, ma mi rendo conto che in alcuni casi la cose è facilitata dal “format” di questo tipo di prodotti.

La versione precedente di Fucinaweb era forse esasperatamente accessibile, tutti i contenuti venivano ripassati e codificati per migliorarne la lettura, ma alla fine il rischio è che a cercare di accontentare tutti, non si accontenta nessuno.

Mik:
Non sò se hai avuto mai a che fare direttamente con clienti di piccole o medie aziende un pò “dubbiosi” verso internet e la tecnologia in genere:

Antonio:
Di solito vengo chiamato in causa quando il cliente ha già dimostrato interesse per la fattibilità di un progetto sul web.

Oggi che cerco però di proporre siti che coinvolgano sempre più i visitatori noto molto spesso delle facce perplesse, come se il sito fosse uno strumento unidirezionale come il televisore e il mouse un semplice telecomando.

Probabilmente è il momento di istruire i clienti e invitarli a osare di più, perché molti dei loro visitatoti potrebbero saperne più di loro stessi.

Mik:
12. In questo caso come convinceresti un tuo cliente a realizzare un sito che rispetti le regole fondamentali di usabilità e accessibilità?
Che vantaggi ne trarrebbe?

Antonio:
Cerco di essere molto franco, e se trovo una loro proposta poco usabile o accessibile mi metto nei panni del visitatore e gli illustro le difficoltà che potrebbe incontrare.

Quasi sempre questo approccio funziona, ma ci sono ancora dei casi in cui il cliente fa orecchie da mercante.

Nel limite del possibile con il mio gruppo cerchiamo comunque di rendere il design e la successiva codifica il più usabile e accessibile possibile.

Tieni anche conto che un sito usabile e accessibile ha molto spesso dei positivi riscontri anche nel modo in cui il sito viene “visto” e indicizzato dai motori di ricerca, oltre che dai dispositivi portabili.

Insomma, un sito usabile e accessibile lo è per tutti, dalle persone, ai motori di ricerca, ai diversi device. Questo aspetto colpisce sempre positivamente il cliente.

Mik:
13. Ultimamente si fà un gran parlare, sia on line che su carta stampata del web 2.0, potresti darci la tua definizione in merito?

Antonio:
Vedo il web 2.0 come una filosofia, un modo di intendere la rete secondo cui il sito web non è più al centro della rete, ma lo è l’utente, che oggi ha i mezzi per partecipare come protagonista a questo dialogo.

Mi fermerei qui, ma rimando i lettori a un mio articolo su Mytech che ho scritto a Ottobre del 2005, ancora prima del famoso manifesto di Tim O’Reilly :-) .

mytech

Mik:
14. Hai progetti/collaborazioni per l’immediato futuro?

Antonio:
Fortunatamente sì, sembra un momento di buone opportunità per il web in quanto a progetti.

Per quanto riguarda invece le collaborazioni giornalistiche ho iniziato a partecipare al nuovo progetto del network di Html.it chiamato pmi.it, con articoli che saranno dedicato alla piccola e mia impresa.

Mik:
15. Secondo te quali saranno le “tendenze grafiche del web design” del 2007?
Cosa reputi andrà ancora “di moda” e cosa verrà abbandonato?

Antonio:
Penso (e spero) che alcune monotone tendenze dei loghi del web 2.0 vadano a morire, e che i designer ricomincino a osare uscendo dagli standard in cui le mode li vorrebbero costretti.

Mi piacerebbe dire a un designer: “prendi la home di FeedBurner: tu come la cambieresti?”.

feedburner
Termina qui questa lunga ed interessante chiacchierata con Antonio che ringrazio per la sua grande disponibilità.

Antonio è disponibile anche a rispondere a tutte le vostre domande: non perdete questa occasione ;) .

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11 Commenti

  1. 1 febbraio 2007 alle 08:26 | Permalink

    Molto complesso rispondere a tutto quello che si è detto.
    Una cosa mi preme sottolineare nell’intervento di Antonio.
    Lui, come me, è uno di quelle persone che hanno cominciato a lavorare nel web in tempi in cui un “web designer” faceva tutto.

    In Italia le professionalità stanno piano piano distinguendosi e questo è un bene sia per le aziende sia e soprattutto per le risorse.

    Questo discorso però riflesso sulle attività necessarie allo sviluppo web complica un pò le cose. Come giustamente diceva Antonio, accessibilità e usabilità devono essere correlate e non a “compartimenti stagni”. Stesso discorso vale per tutte le professioni “adiacenti”. Penso, infatti, che nel mondo web ci siano professioni che a coppie siano “adiacenti” tra di loro, cioè condividano almeno il 40% degli skills.

    Questo discorso però cozza un pò con la divisione netta dei ruoli.
    Poi c’è un altro discorso molto critico. Il web è nato come lavoro di gruppo per antonomasia. SIgnifica che un progetto end to end è davvero valido quando tutti gli attori partecipano assieme, partendo dal brain storming fino alla parte di test e debug.

    Cosa succede però molto più spesso? Sia per la presenza sempre più massiccia di contratti “atipici”, sia per l’obiettiva opportunità di Internet molti progetti vengono prodotti da figure molto ben distinte ma che lavorano in remoto.

    Questo è normale perchè Internet permette proprio di ridurre le distanze. Con persone che ci lavorano con la rete questo è ancora più semplice, perchè in veste di power user, questi ultimi sanno usare gli strumenti più sofisticati per la condivisione del lavoro dal web. Quindi strumenti come Skype, Msn, Google Documents e molti altri, permettono di creare reti di collaboratori molto fitte…

    In questo caso la professionalità è salva, ma il lavoro di gruppo?

  2. 1 febbraio 2007 alle 09:43 | Permalink

    Molto interessante questa intervista, ben realizzata soprattutto perchè affronta diversi temi.

    Rispondendo ad Alessandro credo che per un team di sviluppo il lavoro a distanza non sia un grande male, e soprattutto non credo che la bontà di un progetto possa essere minata dalla distanza dei suoi realizzatori..

    Il problema più grande, che spesso rende un sito mediocre, si presenta quando i vari partecipanti non collaborano a sufficienza tra loro e si creano delle nette divisioni tra le varie fasi realizzative. Se ad esempio l’architettura delle informazioni viene studiata perfettamente, ma poi si ha un atteggiamento del tipo “non è colpa mia se il web designer non la sa rispettare”, allora meglio lasciar perdere!

    Concordo che i contratti attuali spesso non aiutino.. anche quello è un problema serio.

  3. 1 febbraio 2007 alle 13:26 | Permalink

    Ringrazio sia Alessandro che Tommaso per aver aperto la discussione con argomenti molto interessanti.

    Agganciandomi al discorso della collaborazione del lavoro in remoto per la realizzazione di progetti in rete, ho avuto alcune esperienze al riguardo che non mi hanno portato nessun problema.

    un esempio ancora più calzante è sicuramente il lavoro di Mauro Sanna (professionista nella grafica e nell’illustrazione) che ho intervistato su blographik dove si evidenzia quanto il web sia cambiato negli ultimi anni.

    In questo caso, come dice bene anche Tommaso, Mauro ha uno spendido rapporto di lavoro con persone che non vede praticamente mai.
    Il feeling tra i vari “colleghi” deve essere perfetto per poter portare a termini progetti in cui si fondono varie figure professionali.

  4. 2 febbraio 2007 alle 14:53 | Permalink

    Forse non sono riuscito a spiegarmi…
    Anche io sostengo il fatto che lavorare da remoto ci si riesce benissimo (io svolgo il 99% delle mie attività in questa modalità), solo che obiettavo su una cosa…

    Lavorare nel web era ed è un modo di lavorare in cooperazione in cui tutte le professionalità si riconoscevano in ambienti adiacenti.
    Le possibilità tecniche del mezzo però ha fatto di questo lavoro cooperativo per antonomasia un lavoro prettamente “da solisti” almeno come contatto fisico…

    Questa è la mia perlessità!

  5. 2 febbraio 2007 alle 18:21 | Permalink

    Quindi Alessandro tu sottolinei il fatto che con questi nuovi metodi comunicativi/lavorativi si sta perdendo il rapporto diretto con i propri collaboratori.

    Dalla tuo parere si evidenzia il profilo di un professionista che nonostante tutti i tecnologici sistemi di comunicazione in remoto, andando a stringere lavora praticamente da solo.

    Pensiamo anche che in questo modo molti dei costi di gestione di un normale ufficio si abbattono, anche se le spese ci sono comunque (adsl, luce, gas etc) ma in percentuali più basse.

    Pensate che non avendo una collaborazione faccia a faccia potrebbe verificarsi anche un minor scambio di conoscenze e informazioni utili per il proprio lavoro?

    Quante persone o collaboratori conoscete che lavorano in questo modo?

    Qual’è secondo voi la percentuale di soddisfazione di questo metodo lavorativo?

  6. 2 febbraio 2007 alle 20:12 | Permalink

    Credo di capire cosa intendete, lavorare a distanza non permette di avere quel contatto “umano” quotidiano, che ti trovi per forza di cose ad avere in un ufficio dove ogni giorno parli e scambi idee con i colleghi.

    Non che la distanza impedisca di restare in contatto, ma per forza di cose il rapporto è meno immediato, questo sì.

    Non credo comunque che ciò possa creare problemi e portare un minor scambio di informazioni utili per il lavoro.

    Io lavoro in un’azienda, a stretto contatto con i colleghi, ma mi sono trovato anche a collaborare a distanza con persone che stavano in altre sedi o ad esempio con grafici esterni.. questo non è mai stato un grande problema, quindi per me cambia poco tra le due modalità di lavoro.

  7. 2 febbraio 2007 alle 22:20 | Permalink

    Tommaso ti ringrazio per aver condiviso con noi la tua esperienza professionale.
    Se qualcuno dei lettori di blographik non conosce (ancora) il profilo di Tommaso Baldovino di tomstardust, può approfondire leggendo la nostra lunga chiacchierata.

    link all’intervista: due chiacchiere con un eccellente web designer italiano.

    Volevo passare a tutt’altro discorso e far partecipare anche Antonio Volpon (se il suo poco tempo a disposizione lo permette):

    ho visto il sito della Netech (l’azienda dove Antonio ricopre il ruolo di project manager), la grafica e gli ultimi lavori eseguiti mi sembrano molto ben curati e gradevoli, con un uso di Flash non invasivo e molto comunicativo.

    Pongo ad Antonio un altro paio di domande in merito:

    i lavori della Netech sono realizzati in collaborazione con web designer esterni o sono presenti professionisti del settore all’interno dell’ azienda?

    puoi farci i nomi di questi eventuali collaboratori (se vogliono possono partecipare attivamente alla discussione) e i loro eventuali siti web di riferimento?

    negli ultimi siti pubblicati quanto hai collaborato anche tu dal punto di vista grafico?

  8. 3 febbraio 2007 alle 11:58 | Permalink

    Bella intervista, si toccano argomenti di notevole interesse.

    Riaggangiondomi un attimo al discorso gruppo di lavoro / lavoro remoto.

    Personalmente, collaboro con varie web agency, pur lavorando al 90% in modalità remota. Per quella che è la mia esperienza, in vari contesti di web agency ho notato una netta separazione tra grafici e programmatori, sia nelle competenze che nella fasi del lavoro, senza che nessuno dei due avesse né un’idea chiara né un approccio serio al problema dell’usabilità.

    Credo che una valutazione dei vantaggi gruppo di lavoro / lavoro remoto sia sempre molto legata al contesto, alle persone (e alla qualità dei rapporti tra esse), all’ambiente di lavoro ed al livello di competenza individuale dei professionisti coinvolti.

    Sicuramente un gruppo affiatato e preparato può giungere a risultati eccellenti. Altre volte forse è meglio un singolo professionista competente, rispetto ad un gruppo disunito o al lavoro parcellizato.

    Ora invece una cosa su cu mi piacerebbe sentire il parere di Antonio (e di chiunque voglia rispondere).

    Il Web2.0, come tendenza del web design, ha senz’altro portato, allargando la base di utenza sia dal lato utilizzatori che dal lato designer/sviluppatori, ad una progressiva affermazione dei Web Standard e ad un’attenzione maggiore verso l’usabilità.

    Tuttavia, credo che abbia portato ad una altrettano progressiva standardizzazione e omologazione del visual design, delle palette di colori, della scelta dei font, del layout e di molti elementi grafici ricorrenti (header, icone, ecc.).
    Personalmente, ho sempre creduto che il design visuale, perché fosse un design di qualità, dovesse avere un valore semantico ed aggiungere informazione (oltre che appeal) alla pagina.

    In che misura ritieni che un design omologato come quello Web2.0, talvolta anonimo e quasi “in serie”, possa influire sulla qualità comunicativa (identità, credibilità, memorizzabilità – vedi J.Nielsen)? E quale effetto può avere questo sull’usabilità di un sito web?
    (Ovviamente il Web2.0 ha delle notevoli punte di eccellenza, ma mi riferisco alla media).

  9. 3 febbraio 2007 alle 14:01 | Permalink

    Ciao Nicolò e ben tornato su blographik :) .

    Piccola parentesi:
    per chi volesse conoscere meglio Nicolò consiglio la lettura del seguente articolo:
    A breve una nuova intervista ad un web designer italiano di talento.

    Hai posto delle ottime domande ad Antonio Volpon che spero abbai il tempo di dire la sua, in merito allo sviluppo di questa interessante discussione.

    Sono d’accordo con Il tuo parere sul design visuale omologato del web 2.0.

    Anche secondo me le immagini in un progetto in rete, devono comunicare e rendere facilmente comprensibile gli argomenti trattati dal sito stesso.

    Sto leggendo un libro sull’ Art Semiology che spiega sia l’importanza della grafica, dei video, di un’opera e anche di un sito web per esprimere sensazioni ed emozioni sia come raggiungere la massima efficacia comunicativa attraverso determinati metodi.

    Il libro è diviso in due parti, è possibile acquistarlo on line in versione pdf, è molto economico e di facilissima lettura.

    Ne ho parlato nell’articolo in cui consiglio alcune letture:
    7 Libri da leggere – dal web design al web marketing passando per il podcasting.

  10. 4 febbraio 2007 alle 20:55 | Permalink

    Ciao a tutti.

    Dò un breve contributo alla conversazione.

    1 – Lavoro a distanza
    Ho sempre lavorato in azienda e mai per conto terzi, se non in rare occasioni. Mi è successo però di aver lavorato con collaboratori che si trovavano a distanza e non posso dire che la mia esperienza sia completamente positiva. Il problema principale è quello di comunicazione, soprattutto se tra il layout e la versione finale c’è di mezzo un sistema di gestione dei contenuto (CMS). Ogni CMS ha infatti, nel bene o nel male, dei vincoli, che è bene rispettare, se non si vuole duplicare o triplicare i tempi di consegna del progetto. Ma è molto difficile, anche indicando esempi concreti già fatti, far capire ad alcuni (ripeto, alcuni) designer che non possono considerare il browser come una pagina bianca in cui progettare tutto quello che vogliono. E’ anche molto difficile far capire fino a dove ci si può spingere, cosa è concesso, cosa è concesso con fatica, cosa non è concesso. E’ un processo molto difficoltoso. All’oggi in Netech il designer è interno all’azienda, ed è ormai perfettamente conscio dei vincoli, tanto che li riesce a sfruttare e trarne dei grossi vantaggi. Questo ha comunque il rischio di limitare la creatività, per cui è bene periodicamente rimettere tutto in discussione a capire se quello che “non si poteva fare” vale invece la pena di provarlo.

    2 – Grafica web 2.0
    In generale non mi piace la tendenza di realizzare design e template molto simili, come sta accadendo negli ultimi mesi: lo dicevo un po’ sopra nell’intervista. E’ il momento di osare un poco di più, soprattutto per quanto riguarda il loghi. Non sono uno di quelli che odia il termine “web 2.0″, anzi, penso contenga molte verità, ma personalmente mi viene da legarlo a molte sfacettature come la programmazione, il marketing, l’usabilità, e un po’ meno alla grafica. Viva i colori non standard, abbasso gli effetti a specchio e i template tutti uguali!

  11. 5 febbraio 2007 alle 19:29 | Permalink

    Ringrazio Antonio sia per il tempo dedicato a rispondere alle domande mie domande, sia per l’aver condiviso su blographik i suoi punti di vista.

    Rispondendo ad Antonio, concordo in merito alle restrizioni che un web designer dovrebbe conoscere nella realizzazione di un template che dovrà essere implementato in un CMS.

    Questo forse è uno degli esempi in cui un web designer, dovrebbe avere anche una base di programmazione.

    Dovrebbe almeno riuscire a gestire delle pagine dinamiche senza essere un vero web developer, ad ognuno il suo lavoro.

    La bravura del web designer sta anche in questo:

    realizzare un template originale, semplice e che rispetti i normali vincoli di una specifica piattaforma.

    Grazie a tutti coloro che hanno contribuito tramite il loro punto di vista, ad approfondire gli argomenti trattati.

    Alla prossima intervista….alla prossima discussione ;) .

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  1. [...] Mi fermo qui, ma per chi volesse saperne di più vi consiglio di leggere l’intervista che il bravo Mirko di Blographik mi ha rivolto in questi giorni e che affronta anche altri temi a me cari, come il project management e il difficile rapporto con il cliente e l’usabilità. Questi i primi cinque anni di questo sito: suggerimenti su come affrontare i prossimi cinque? [...]

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